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Kudos

Non di nuovo

scritto da Federico Fasce25 gennaio 2010

Videogiochi e violenza

Ci risiamo.
Era un po’ di tempo che non succedeva, almeno non in modo così evidente. Anzi, negli ultimi tempi la stampa generalista italiana sembrava aver trovato una via più coerente al commento sui videogiochi. Ultimamente mi sembrava di aver visto un po’ meno sensazionalismi e una maggiore voglia di comprendere come funziona questo mondo complesso, evidenziando gli effetti positivi che i giochi possono avere sull’apprendimento, sulla socializzazione e sulla cultura.

E invece no.

Basta un ordinario fatto di cronaca, che vede coinvolto marginalmente un videogame, per fare gridare allo scandalo e partorire un articolo vergognoso come questo. Stiamo parlando di un quotidiano nazionale. Quotidiano che non trova nulla di meglio che raffazzonare un pezzo di denuncia con tanto di intervista all’”esperto” di turno.

Siamo a Torino, in un appartamento del centro. Padre e figlio giocano a Fifa 2009, nasce una discussione, il figlio prende un coltello e colpisce il padre alla gola.
Lo psichiatra intervistato, Alessandro Meluzzi, commenta così la vicenda:

È stato un blow-up domestico. E poi, stare ore davanti al video può essere derealizzante e provocare effetti epilettogeni. Si confonde la realtà con il gioco; colpire con un coltello o sparare con la pistola può apparire, come nel videogioco, una reazione ovvia e naturale.

Al di là dell’evidente scarsa conoscenza del mezzo, le cui regole comunicative non sono quelle descritte da Meluzzi (ed esiste una nutrita letteratura sull’argomento), il commento appare fuori luogo per almeno due motivi: il primo è il riferimento all’epilessia, che non ha nulla a che vedere con il fatto in discussione. Il secondo, che mi fa pensare a una malafede, è la totale mancanza di un nesso di causalità. Anche ammettendo che l’esposizione prolungata a un gioco possa fare insorgere un problema di confusione della realtà (cosa, lo ripeto, non vera e smentita da centinaia di libri e pubblicazioni scientifiche), non si capisce in che modo un gioco di calcio abbia potuto fare scatenare un accoltellamento; questo vale a maggior ragione se si dà ascolto alle dichiarazioni della madre del ragazzo, che ha subito puntualizzato come in casa non si giocasse a giochi violenti.

E allora? Allora mi sembra si perda un’occasione per parlare in modo maturo di una delle forme d’arte e intrattenimento che caratterizzano il nuovo millennio, solo per creare la notizia e fare sensazionalismo da due lire.

Quello che mi chiedo è: perché accade? Tolti i problemi della stampa di settore italiana, che di certo in questo momento non sta aiutando una migliore conoscenza del mondo videoludico (ma è anche vero che molte testate – Corriere compreso – hanno nel loro staff bravissimi professionisti nel campo), credo che la mancanza di un vero e proprio centro accademico italiano sui game studies inizi a fare sentire la sua mancanza.
Siamo uno dei pochi paesi al mondo che non sembra avere alcun interesse nello studiare i giochi. Se escludiamo pochi, sporadici corsi (diretti – giustamente! – a formare persone che possano trovare un lavoro nell’ambito dello sviluppo), non esistono iniziative di ricerca organizzate. Tutto è lasciato ai singoli, alcuni dei quali davvero molto bravi, che si trovano a predicare in un deserto popolato solo dai demonizzatori e da chi minimizza una disciplina che solo ora sta raggiungendo una maturità accademica.

In fondo sono solo giochi, no? Ma sarebbe meglio conoscerli meglio, perché sono qui per restare.

{ 1 commento… leggilo qui sotto o aggiungine uno }

LostCore 14 febbraio 2010 alle 08:57

Esatto… qui i videogiochi sono rimasti un fenomeno borderline giovanile come lo erano negli anni ottanta nel resto del mondo. Anzi, peggio: l’importanza del mercato videoludico viene blandamente ignorata, quando è palese che ad arricchirsi sono in molti; e molti dei consumatori quotidiani non ne parlano perché temono di essere in un certo senso etichettati. Questo crea ignoranza e l’ignoranza crea paura e rifiuto. Se a dettare legge ci fosse una casta meno anziana, più flessibile e disposta a non pensare solo al proprio tornaconto, le cose potrebbero cambiare.

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