Questi giorni in bilico tra 2009 e 2010 sono stati un pendolo che oscillava tra il relax e il lavoro. Perciò, munita del mio Nintendo Ds che giaceva abbandonato già da qualche mese, ho ripreso in mano alternativamente documenti di progetto e il nuovo capitolo di Zelda.
The Legend of Zelda è una saga videoludica che inizia con l’omonimo titolo pubblicato nella seconda metà degli anni Ottanta. Ideato dalla stessa mente che ha creato Super Mario Bros e la console Wii – Shigeru Miyamoto – il videogioco è legato in modo esclusivo alle console Nintendo. Il plot è semplice: la bella principessa Zelda viene rapita all’inizio dell’avventura e il giocatore si immedesima in Link, eroe di verde vestito che affronta mostri e nemici durante il viaggio tra regni fantastici che si conclude con l’auspicato lieto fine. Il gioco è fortemente basato sull’esplorazione del mondo, sulla collezione di tesori e sulla risoluzione di rompicapo incontrati lungo il viaggio.
Ho iniziato a conoscere Zelda tardi: se escludiamo le occasionali partite ad alcuni capitoli precedenti, è stato con Wii (Twilight Princess) e Nintendo Ds (Phantom of Hourglass, Spirits Tracks) che ho approfondito l’analisi del gioco e delle sue dinamiche. Per quanto riguarda i protagonisti, il binomio principessa da salvare e eroe sono archetipici.
Link è un ragazzino senza esperienza, ma spinto dal dovere e dalla volontà, che impara durante il percorso a combattere i nemici, a utilizzare l’arguzia per risolvere gli enigmi e a utilizzare armi e oggetti speciali. Il suo è un vero e proprio percorso di formazione che segue pari passo la tradizione del buildungsroman: tra l’inizio e la fine del gioco Link cresce e si modifica in modo sensibile, fino a ottenere la riconoscenza della principessa Zelda.
Solitamente angelicata e piena di saggezza, ma soprattutto punto di riferimento del reame, Zelda è guida invisibile nelle storie di Link. Le apparizioni della principessa sono sporadiche e mistiche e diventano così il motore immobile delle azioni del piccolo Link. Pura e carismatica, Zelda non ha bisogno di crescere o cambiare perché rappresenta già la perfezione.
Cosa cambia però nell’ultimo The Legend of Zelda: Spirit Tracks?
Un post interessante relativo al nuovo capitolo di Zelda è stato scritto da Matteo Bordone in cui si evidenziano alcuni stereotipi narrativi che caratterizzano – da sempre – il piccolo eroe della saga. Tutto appare infatti molto tradizionale nel racconto della principessa che si mette nei guai e nell’avventura che Link affronta per riportare la tranquillità nel regno.
Il viaggio di Link è ancora una volta di formazione: all’inizio del gioco il giovane deve partecipare alla cerimonia ufficiale che gli permetterà di guidare i treni del regno. Si tratta quindi di una abilità riconosciuta fin dall’inizio. A partire da questo momento, però, alla sua capacità di guidare i treni si affiancheranno nuove abilità, in particolare nel combattimento. In tutto e per tutto, Link è uguale agli altri sé rappresentati nelle precedenti avventure. Il suo comportamento, il suo aspetto e i suoi sentimenti sono sempre gli stessi, mentre una minima variazione è data dalle abilità (spesso legate a oggetti e armi).
La Principessa Zelda riceve in questo gioco particolare attenzione dal punto di vista del character design, al punto da modificarne radicalmente il personaggio. Non viene rapita da un nemico che si infiltra nel suo castello, ma è lei a cercare guai. È lei che chiede a Link di portarla alla Torre degli Spiriti e lì viene aggredita. Zelda è caratterizzata come una ragazzina impertinente, talvolta fastidiosa, ma anche molto insicura: ha paura dei topi e teme il confronto con i nemici tanto da cercare in ogni occasione di mandare avanti il giovane eroe. La principessa è dipinta come inesperta e per nulla angelicata. Appare vera, umana, come Link, come gli altri personaggi che si incontrano durante l’avventura. E già questo è un cambiamento notevole all’interno del design del gioco. Ma Zelda rappresenta soprattutto una modifica al gameplay.
Sebbene sia stata rapita in corpo, Zelda è infatti presente in forma di spirito e affianca Link per tutto il viaggio, contribuendo in modo determinante alla buona riuscita della missione. È la stessa principessa che cerca di salvare se stessa, attaccando nemici e attraversando luoghi che Link non potrebbe mai raggiungere. Si tratta sempre di un personaggio attivo: è il giocatore stesso infatti a gestire anche i movimenti di Zelda, oltre che di Link.
Sebbene il quadro generale possa apparire ancora sessista nel binomio principessa/eroe (il che è in parte vero essendo stato sviluppato in una nazione ancora fortemente discriminante come il Giappone), questo capitolo di Zelda mi ha impressionato positivamente. E non solo perché è avvincente, non (troppo) frustrante e ben progettato. Ma anche perché finalmente dà un’impronta più umana allo stereotipo della principessa, e restituisce anche una dignità a quella ragazzina che finalmente può essere responsabile del proprio destino.
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