Da qualche tempo mi trovo spesso a riflettere – e a sollevare il sopracciglio – sulla situazione di parte del giornalismo videoludico italiano. Parlo principalmente di quello online perché sono anni che non acquisto più una rivista cartacea di settore. La premessa è che ovviamente so molto bene che esistono esempi di eccellenza e che non tutto è come lo descrivo. E l’intento di queste poche righe è quello di provare a essere costruttivi piuttosto che di criticare alla cieca. Spero che il discorso non venga frainteso, sarebbe un peccato per tutti.
Partiamo dall’inizio. E cioè dall’oggetto di tutto il discorso, i (video)giochi. Siamo di fronte a un medium che inizia ora a muoversi verso la sua maturità. Negli ultimi dieci anni gli studi sul linguaggio e sul significato dei giochi, più o meno focalizzati sulla loro incarnazione digitale, sono fioriti. Oggi cominciamo ad avere un corpus accademico e di studio interessante, che ci può aiutare a comprendere meglio perché certe meccaniche funzionano e altre funzionano meno, dove si trova la forza comunicativa di un gioco o che significato ha una cutscene. Questo fa sì che moltissimi sviluppatori cerchino di spingere i loro titoli verso temi più complessi e in qualche modo più problematici, riconoscendo il valore di quello che fanno esattamente come accadde con il cinema e con altri media. Di contro, però, la stampa generalista si avvicina spesso ai videogame con una certa superficialità, interpretandone in modo scorretto i messaggi e le tesi e spesso riducendoli a stupidi passatempi. Pochi giornalisti ferrati sull’argomento, che arrivano dritti dritti dall’età dell’oro della stampa specializzata, sono in grado di arginare le voci preoccupate di chi non ha compreso il Modern Warfare 2 di turno.
L’approccio generale, nonostante lo sdoganamento del gioco digitale verso le masse, è ancora quello di chi non lo considera un valido mezzo di espressione artistica. Ora, io ritengo che parte della stampa videoludica sia in qualche modo corresponsabile di questa distorsione, per diversi motivi.
In primo luogo il linguaggio utilizzato da gran parte di questi giornalisti è, al più, sciatto. Termini dialettali, volgarità, espressioni gergali o da lessico famigliare rendono spesso la lettura di un articolo fastidiosa e poco interessante. Invece che ricercare un linguaggio pulito e corretto, si preferisce parlare al pubblico come a un esercito di ragazzini per i quali è perfettamente normale sentirsi apostrofare con termini come “figata”, “quella gran gnocca” e simili. Il problema è che usare un linguaggio simile non fa altro che connotare l’argomento di discussione come poco serio e tutto sommato trascurabile. Quanti critici cinematografici, oggi, usano uno stile di scrittura simile?
Un secondo problema è una certa indulgenza verso i titoli AAA sui quali il marketing punta molto. Mi è capitato più volte di leggere recensioni evidentemente influenzate dall’evento per giornalisti di turno. È chiaro che il problema, nel merito, esisterà sempre. La sensazione è però che la stampa straniera sia nel complesso appena un po’ più refrattaria alle coccole degli uffici stampa delle aziende.
Un terzo problema, anche questo presente non solo in Italia, ma particolarmente evidente nella stampa del nostro paese è quello di un evidente sessismo. Che si esprime, purtroppo, a livelli differenti. Le giornaliste di settore non sono molte, nel nostro paese, e la stampa manca costantemente di una voce che racconti il rapporto tra il sesso femminile e i videogame. Non esiste, a oggi, una Leigh Alexander italiana. Per quale motivo? Il sessismo, purtroppo, assume anche altri aspetti: non è raro imbattersi in recensioni utilizzate come pretesto per le solite battutacce maschiliste o per mettere in mostra un umorismo greve, spesso diretta involuzione del linguaggio gergale di cui sopra.
La mia quarta osservazione è forse quella meno grave, ma che contribuisce comunque a connotare in un certo modo l’intrattenimento videoludico. Anche qui su Invaders’ Den qualcuno ha scelto di usare un nickname al posto del nome e non credo che nel complesso questo sia un problema. Anzi, sono sempre stato un sostenitore dei nick in rete, credo facciano parte della cultura del mezzo. Il problema è che spesso i nick seguono le stesse regole dello stile di scrittura e spesso non fanno che rinforzare l’impressione di scarsa serietà sollevata dall’articolo.
Credo che nessuno di questi problemi possa in qualche modo influenzare il numero di persone che seguono una determinata rivista online. Anzi, come dimostra la televisione, spesso rivolgersi al minimo comun denominatore paga in termini di puri numeri. Dall’altra parte, però, questa mancanza di qualità complessiva rischia di causare un rallentamento nella crescita e soprattutto una percezione falsata di un medium che è già destinato a diventare il più importante nel millennio che stiamo vivendo.
Magari è ora di cambiare registro.
La foto fa parte del bellissimo set di Infinitecontinues

{ 1 commento… leggilo qui sotto o aggiungine uno }
Ho letto il tuo post con interesse… concordo praticamente su tutto (soprattutto sullo scarso livello della cosiddetta “critica” videoludica italiana che scrive in rete: intendo dire che spesso e volentieri ci si ferma al solito trinomio tecnica/giocabilità/longevità per valutare un titolo). C’è però per me qualche nota stonata nel tuo post (forse perchè mi sento chiamato in causa, chissà) e mi riferisco alla critica sul linguaggio. Personalmente trovo che, esclusivamente per i blog ovviamente, che però poi sarebbero riviste a tutto tondo, non sia un male avvicinare il proprio linguaggio a quello che è comunemente parlato o usato dagli ipotetici lettori. Questo perchè i blog sono e devono rimanere uno spazio molto personale nel quale esprimersi dove le regole non dovrebbero sussitere (se non quelle, ovvie, del rispetto reciproco). Avendo scritto per anni per riviste specializzate, scrivere per Inside The Game ora è una valvola di sfogo, dove finalmente spingere sull’acceleratore della libertà fino a bucare il muro del suono.