Un articolo apparso sul Corriere della Sera online, a firma Elmar Burchia, racconta di un videogame creato da un’agenzia pubblicitaria danese per sensibilizzare le persone sul problema della violenza sulle donne. Il pezzo indulge un po’ sul solito allarmismo, che però è condiviso anche da altre testate internazionali.
E in effetti «Hit the Bitch» non lascia spazio all’immaginazione. Una ragazza su uno schermo nero apostrofa in modo provocatorio il giocatore (purtroppo in danese) il quale attraverso il mouse o la webcam può schiaffeggiarla. Nella parte alta dello schermo una percentuale indica il livello di pussy e di gangsta raggiunto. Alla fine la ragazza rimane a terra, in lacrime, il viso tumefatto. A questo punto il gioco scopre le sue carte e ammonisce il giocatore: non sei un duro, hai perso quando l’hai colpita per la prima volta.
Il che è francamente un po’ poco. Le meccaniche semplici implicano una scelta, ma l’unico feedback viene dall’azione negativa (non esiste, per esempio, un messaggio positivo se si decide di non reagire e di lasciare il gioco). Probabilmente il messaggio di base riesce comunque a essere trasmesso, ma non con la forza che potrebbe aver avuto se il gioco fosse stato creato in modo più accorto, magari prendendo esempio da quell’Home di cui parlavo ieri, in modo da mettere il giocatore nei panni della vittima più che del carnefice.
In ogni caso, proprio per la debolezza delle dinamiche, mi pare si possa dire che non valga nemmeno il contrario: difficile che un prodotto simile «generi confusione» e ancora di più che spinga chi lo prova alla violenza. Mi sembra, infine, che tutta la sua forza comunicativa sia quella di generare una discussione intorno al gioco stesso, il che è indubbiamente un peccato, soprattutto vista l’importanza dell’argomento.

