Molto bene!, diceva con uno squillo di voce la penna parlante del Sapientino quando riuscivo a mettere in correlazione un monumento con la città in cui si trovava. Io, che sapevo d’esser ormai grande, sorridevo solamente dentro di me, perché una soddisfazione troppo evidente avrebbe mostrato a mamma e papà che ero riuscito indovinare anche con un po’ di fortuna. Prima della penna, avevo quello con gli spinotti, in cui a far brillare i miei occhi c’erano solo delle lucine in cima alla scheda. Non era la stessa cosa, ma come premio per collegare la Tour Eiffel a Parigi poteva bastare.
Per tutti i lettori di Invaders’ Den, premetto che il sottoscritto non si occupa di giochi. Gioco e videogioco, saltuariamente, ma questo non mi mette certo nella posizione di riuscire a scriverne con un taglio professionale. Per questo motivo, se volete continuare a leggere, fatelo con pretese differenti: non ci troverete argute definizioni né mirabolanti spiegazioni, ma osservazioni che arrivano da chi subisce passivamente questo mondo. Divertendosi un casino.
Dopo la dovuta captatio benevolentiae, posso tornare al post e al piccolo riconoscimento che la Clementoni sapeva darmi mentre imparavo delle semplici nozioni che, altrimenti, avrei studiato malvolentieri su un libro che pure conteneva diverse immagini esplicative belle e colorate. Facendomi divertire e dandomi una piccola gratifica, riusciva a cambiare i miei comportamenti e il mio atteggiamento verso lo studio. Come recitava lo speaker nella pubblicità in tv, scoprivo che giocando stavo imparando qualcosa.
Una dinamica semplice e, oserei dire, ovvia. Dinamica che però si dimentica diventando grandi, come se il gioco fosse un privilegio dedicato a chi non supera il metro e venti d’altezza. Qualcuno se ne è ricordato e ha dato vita a The Fun Theory, un sito dedicato “to the thought that something as simple as fun is the easiest way to change people’s behaviour for the better”. Cliccando, potrete vedere ben tre esperimenti che mostrano la potenza del mezzo: il cestino più profondo del mondo, la rampa di scale sonora, il cassonetto elettronico delle bottiglie. In tutti e tre i casi si dimostra come l’oggetto, che di solito vive uguale a molti altri identici all’interno dello spazio urbano, diventi un’occasione di gioco unica e imperdibile, come le strisce pedonali per quel bambino che, per la prima volta in vita sua, riesce a scorgere il burrone invisibile e infinito rappresentato dalla strada e salta stando ben attento a rimanere sulla vernice bianca.
Lo stupore è la prima sensazione di ogni persona, che nello stesso momento in cui si avvicina all’oggetto modificato perde totalmente la cognizione dei propri gesti e il fine al quale essi portano. Semplicemente dimentica per un attimo la fretta e le scadenze lavorative, e gioca.
Ai giocatori non si dà mai un libretto di istruzioni, ma si lascia che capiscano da soli le regole da seguire. Inoltre, non si dice mai loro che stanno imparando qualcosa: né durante il gioco – sarebbe una sospensione dal ludico troppo violenta – né alla fine di esso: il rischio di ridicolizzare il problema e sminuirlo, è dietro l’angolo. Bisogna quindi studiare bene le meccaniche del gioco, così da trasmettere il messaggio attraverso di esse. Prendendo in prestito una definizione di Jane McGonigal segnalatami da Jacopo mentre stendevo il post (ve l’ho già detto che sono un profano, no?), stiamo parlando di una Experience Grenade, in cui il momento di gioco è come quando si tira la sicura di una granata: “nothing has to happen right away. Nothing has to change or be solved right away. Then, you wait. It’s later — an hour later, a day later, a week later, a month later… it goes off in your head, like the delayed explosion of a grenade.”
Nello spazio reale tutto ciò ha una potenza così pulita e splendida da far scattare l’applauso, ma l’iniziativa (e il concorso ad essa associato) altro non è che pubblicità.
La campagna è firmata Volkswagen e, ovviamente, non deve vendervi nulla – per ora – se non la propria marca e il proprio sistema valoriale: la compagnia tedesca non solo vuole cambiare il mondo in meglio, ma ve lo fa fare perfino con il sorriso sulle labbra. E, qualunque sia la vostra idea sul marchio, non potrete che assegnargli un piccolo like nella vostra mente.
Molto bene!, vi dice con uno squillo di voce la casa automobilistica, e voi, pedina dell’ennesimo gioco al quale non sapete di partecipare, dimenticate per sempre tutte le sue responsabilità per quanto riguarda l’inquinamento globale. E intanto giocate, e giocate.

{ 3 commenti… Leggili qui sotto o aggiungine uno }
Io lascerei da parte la questione della Volkswagen. Per escludere pensieri maliziosi, ipotizziamo che a costruire la bottle bank modificata sia stato invece un insegnante di educazione tecnica in pensione in accordo con la società che si occupa dello smaltimento dei rifiuti. Ora io non credo che a distanza di tempo, diciamo qualche mese, passata l’eccitazione iniziale per la novità, le persone continuerebbero a giocare con la bottle bank. Come ogni altra cosa, probabilmente verrebbe loro a noia. Perché per giocare, bisogna lasciarsi andare e bisogna volerlo. Da bambini qualcuno ci chiedeva “vuoi giocare con me?” e non rispondevamo sì o no. Ci deve essere un accordo prima che il gioco inizi. Sarebbe interessante sapere per quanto gli abitanti del quartiere in cui è stata installata la bottle bank continueranno a giocare. Credo inoltre che piuttosto che su un caso isolato, questa Fun Theory dovrebbe essere messa sul banco di prova di un’applicazione globale. E’ pensabile che ogni comportamento sbagliato venga corretto in questa maniera? Chessò, il bidone della carta col canestro, quello dell’olio usato con uno scivolo, il secchio dell’organico per divertirti ad indovinare il peso di quello che hai buttato? Non credo. In primis perché il costo della manutenzione lieviterebbe sensibilmente e poi perché, come già detto, le persone dopo un po’ si annoierebbero e ricomincerebbero a gettare i rifiuti dove cavolo vogliono. Non è con la Fun Theory che si può formare una coscienza civile nelle persone, forse potrebbe essere di supporto, ma la vera educazione deve arrivare dal rispetto delle leggi, rispetto che deve essere inculcato nei ragazzi durante i primi anni di scuola. Questa comunque è solo l’impressione che ho avuto appena letto il post. Grazie comunque per Invaders’ Den, è un progetto interessante e meritevole di molta attenzione.
Hai messo in campo parecchi problemi non da poco :)
Difficile rispondere in modo veloce, magari ci sarà lo spazio per farlo nel corso di altri articoli.
Quello che penso io è che il gioco sia un motore incredibile per comunicare e per cambiare comportamenti. Questi di Fun Theory sono piccoli esempi che però toccano un argomento interessante, che è quello del gioco come possibilità per migliorare la vita. Jane McGonigal ha scritto moltissimo sull’argomento e ti consiglio di spulciare il suo sito per farti un’idea del suo lavoro che è molto interessante.
Riguardo all’accordo, è vero. Serve la volontà per entrare nel cerchio magico. Ma siamo molto più disposti a farlo di quanto non si pensi. Quella umana è una specie che ama moltissimo giocare. E l’evoluzione stessa lo dimostra.
frogsong, penso pure io che lo stupore sia la chiave di tutto, soprattutto dei giochi: chi non ha mai provato eccitazione mentre testava per la prima volta un videogioco appena comprato, salvo poi lasciarlo cadere nel dimenticatoio anche dopo pochissimi giorni? Eppure le caratteristiche sono sempre le stesse. Siamo cambiati noi, ed è cambiato il nostro rapporto con la novità. Ed è vero: lo scopo della Fun Theory è un po’ troppo alto e, come ho fatto notare in chiusura di post, forse anche un po’ furbetto. Non si può però non condividerne i modi: lanciare un messaggio, divertendo. Per questo motivo ho parlato di Experience Grenade, di insegnamenti che, indipendentemente dalla nostra scelta, entrano nel nostro inconscio. Anche se, non lo nascondo, penso che inchiodare il messaggio alla fine del gioco con una frase (e con la dovuta cura a non ridicolizzare il problema) sia solo positivo.
Poi è ovvio che l’educazione viene dagli insegnamenti che non possono e non devono essere tramandati solo con il divertimento. La Fun Theory non vuole essere un nuovo modello pedagogico a tutto campo, ma solo un piccolo sforzo per rafforzare e risvegliare certe idee che abbiamo già imparato da piccoli.